Innanzitutto sto benissimo. È un po' come essere in viaggio con la macchina fotografica: non guardi il tramonto, lo fotografi. Non guardi una trasparenza di foglia, un riflesso d'acqua, una cavalletta, un temporale con i tuoi occhi ma con l'occhio dell'obiettivo, non stai neanche a vedere quanto sono belli, come ti piacciono, perché sei concentrato sull'angolo di inquadratura migliore, sul taglio di luce, sul tempo di esposizione.
Così, come spesso vado in vacanza lasciando apposta a casa la macchina fotografica, a volte lascio a casa internet per un po'. E faccio delle cose senza raccontarle a nessuno, neanche a me: facendole e basta. Guardando l'alba senza fotografarla, incontrando gente senza descriverla, facendo parmigiane di melanzane senza discuterne dosi e ricetta. Fa bene, per un po', ogni tanto.
Perché poi qui è lo stesso di quando da bambino andavi in villeggiatura sempre nello stesso posto e rivedevi dopo un anno compagni di giochi a cui in tutto quel tempo non avevi affatto pensato: avevi fatto un sacco di cose, corso con altri bambini, imparato la moltiplicazione e la bici senza mani, preso le botte mangiato gelati e fatto castelli di lego. Poi tornavi lì e riecco quelli a cui per mesi non avevi rivolto un pensiero, ecco che erano ancora i tuoi amici, ecco che bastava mezzo minuto per ricominciare a ridere insieme, per ricominciare il gioco dove lo avevate interrotto.
Perciò, eccoci qui.
Intanto ho imbiancato da sola tutta la casa riverniciando nel contempo sei caloriferi, tre porte, otto finestre con relativi infissi e un paio di altre cose che mi sono capitate intorno mentre avevo in mano il pennello, ho letto moltissimo, ho cucinato moltissimo, ho campeggiato senza tenda sulla sabbia, ho camminato e pescato, ho tagliato molta erba, potato molte rose e perso svariate partite a scacchi, ho elaborato alcune sconvolgenti e rivoluzionarie teorie sul DNA non codificante, sui bambini del neolitico, sull'inferno e il paradiso e la bilancia dell'universo, ho imparato a fare la torta di semolino, visto film, dato baci, ho imparato a riconoscere Sirio e Aldebaran, ho partecipato a un mercatino di svuota soffitte guadagnando ben ottanta euro con la bancarella della "Pesca", ho costruito una lampada ochetta cugina della grande oca volante che avevo fatto anni fa e quasi ultimato una lampada pesce rosso. Già progettate ma non ancora iniziate la libellula e il geco.
Dopo ve le faccio vedere.
domenica 18 novembre 2012
mercoledì 27 giugno 2012
La sala d'aspetto è rotta.
La stazione di Villasanta ha un cortiletto sui binari con un pino alto e spelato al centro. È tutta chiusa: nessuna biglietteria, nessuna edicola o bar o servizio igienico. È tutta chiusa, all'edificio non si accede da nessuna parte. Sulla porta della sala d'attesa un foglio scritto a biro dice "GUASTO".
Non c'è obliteratrice, non c'è nessun foglio con gli orari, non c'è un orologio, non c'è niente.
Busso - e mi affaccio - alla portina chiusa dove sta scritto "vietato l'ingresso ai non autorizzati". Un ferroviere in maniche di camicia, molto sudato in uno stanzino torrido e semibuio, si gira verso di me e il piccolo ventilatore che tiene a pochi centimetri gli fa sollevare un accenno di riporto, grigio.
- Aveva bisogno di qualcosa?
- Avevo bisogno di sapere a che ora passano i treni.
- Ogni ora.
- Sì, ma a che ora dell'ora?
- Per Milano alle due, circa.
- Ah, tra mezz'ora allora. Il binario?
- L'uno. È che non può usare la sala d'aspetto perché è rotta.
Esco e vado a guardarla, questa sala d'aspetto rotta. La porta, di metallo, è a vetri e si vede dentro. Una stanzina piccola con qualche seggiolina contro la parete. Bianca, perfettamente in ordine e pulita, un monitor con i prossimi treni - funzionante, troppo angolato perché sia visibile da lì - un grande foglio di orari appeso al muro, troppo lontano per poterlo leggere.
Di rotto, niente.
Nello spiazzo che si affaccia sui binari il sole è verticale e assoluto, non c'è una pensilina, una tettoia, un muretto, un gradino, una panchina. Ai piedi del pino, appena più grande della sua ombra verticale, una aiuola quadrata dove le erbacce sono alte quasi un metro.
Siamo io, una signora sudamericana e una ragazza obesa in pantaloncini e canottiera fucsia, appiattite in piedi contro il muro coperto di scritte per profittare dei cinque o sei centimetri di ombra che proietta l'edificio. L'odore di urina si scioglie umido nel caldo.
Arriva un signore magrebino, in ciabatte aperte. Arrivano due signore africane, chiaccherando. Arriva un diciottenne di quelli che la mamma chiama robusti e invece sono grassi, indossa le cuffie e una maglietta bianca. Va alla porta della sala d'attesa, ignora il cartello e scuote con forza la maniglia.
Poi scuote, con maggiore violenza, la porta intera. Che gli rimane in mano. L'appoggia con cautela allo stipite di ferro, più o meno al suo posto.
La signora sudamericana sorride, le due signore africane ridono apertamente, molto divertite.
Arriva una ragazza smilza, anche la sua maglietta è fucsia. Arriva un signore ricciuto con due pizze sul braccio. Arriva un signore di mezza età molto pallido, ha la camicia bagnata e scarpe da corsa. Sono ormai le due e un quarto passate, quasi e venti. Arriva di fretta una ragazza bionda, arriva un altro signore magrebino.
Arriva il treno.
Quando riparte, rovente, cammina adagio fino a Monza tra due ali compatte di vegetazione incolta, che sfiora e striscia e sbatte contro i finestrini. Frassini, sambuchi, ortiche, buddleie, tassibarbassi e rovi.
Le due signore africane sono allegrissime e gioconde, scrosciano in risate ciarliere nel calore obnubilante che sa di ferro e pavimento sporco.
In effetti, in paragone a Ouagadougou il servizio è decisamente soddisfacente.
martedì 5 giugno 2012
La lavandaia muta
Ho letto da qualche parte, non so più dove, che sul totale della musica ascoltata la percentuale di quella dal vivo è ormai minuscola, pressoché irrilevante.
Quasi tutta la musica che ogni giorno gira nell'aria del mondo è riprodotta. E questo vuol dire che nessuno più canta, e nessuno più suona se non - pochi - per mestiere (anche solo auspicato o presunto).
Ogni pastorello aveva uno zufolo, ogni bracciante alla sera imbracciava un mandolino, un violino, un'armonica, un'ocarina, uno scacciapensieri, un ukulele, un banjo, una lira.
E la gente cantava.
Nelle osterie e nelle filande, marciando in battaglia, raccogliendo il cotone, spaccando le pietre, china nell'acqua sulle piantine di riso.
Cantavano le lavandaie e cantava la prosperosa massaia stendendo lenzuola.
Cantava il carrettiere, gorgheggiava tenorile l'imbianchino, fischiettava modulando virtuoso il mugnaio, gli rispondeva roco e melanconico il fabbro.
Cantava mia nonna sgranando i piselli, cantava sommesso mio nonno le canzoni del Piave riparando la bicicletta, cantavano tutte, tutte le mamme ninnando i bambini e tutti i bambini cantavano canzoni per giocare con le corde e le palle.
La musica è ovunque, adesso, ma arriva. Magari ne canticchi una strofa, forse muovi un po' a ritmo la testa, ma ti arriva da altrove.
Quando hai sentito l'ultima volta un muratore cantare? Quando da un balcone la sera un coro, anche sguaiato o un'armonica a bocca?
Quando hai sentito l'ultima volta un muratore cantare? Quando da un balcone la sera un coro, anche sguaiato o un'armonica a bocca?
E pensavo che allora non ne nasceranno più di canzoni da lavandaia o mondina, perché loro, e i maniscalchi e gli arrotini e i soldati, ascoltano in cuffia la radio, l'ipod.
Tutta quella musica senza proprietari né autori, quella che tra parentesi leggi (tradiz.) non potrà rinnovarsi, non ne verranno di nuove, di quelle canzoni.
Come faremo senza spiritual e stornelli, senza nenie di trincee e prigionieri, senza ninnananne e romanze?
Forse per questo un giorno o l'altro finirà anche la musica, perché non saprà più inventare niente da dire.
Io sono stonata, ma dall'altro ieri sto imparando a suonare l'armonica.
mercoledì 16 maggio 2012
Non abbiamo il diritto di interrompere la possibile vita futura di un embrione.
Hai perfettamente ragione. Voi non ne avete il diritto. Noi sì.
Perché quello che continui a trascurare, a dimenticare, a omettere, a non capire è che un embrione non è un bambino in miniatura appeso lì ad aspettare, non è una bambolina chiusa in una scatola per non prendere freddo: un embrione fa parte di una donna.
Ne fa parte come fanno parte di me un occhio, una mano, una tonsilla: sono fatti di cellule vive, nell'arco del tempo crescono e si sviluppano, ma se li separi da me sono solo tessuti, senza futuro e senza senso.
Questa parte di me respira col mio respiro, si nutre di quel che mi nutro, il suo sangue è il mio e - anche se questo ti parrà impossibile - anche le sensazioni che proviamo sono fuse, inestricabilmente.
Un'embrione e me siamo una cosa sola, lo capisci? No che non lo capisci. Non potrai capirlo mai, perché non saprai mai, non potrai mai sapere questa cosa come sia.
Non ti è mai capitato, non ti capiterà mai di dormire a fianco di un tuo bambino appena nato e nel sonno, nei bagliori confusi del dormiveglia pensare, sentire di essere lui. Di avere la sconvolgente sensazione di essere nella mente e nel corpicino di qualcun altro, di essere qualcun altro a cui hai dato la vita.
Perché per molto tempo ancora siamo una sola cosa, sai, anche quando ormai ognuno respira per conto suo: ci vogliono settimane e mesi e anni per separarci del tutto e forse, forse del tutto non succede mai.
Non lo capisci, non lo puoi capire neanche se ci sono mille modi di dire che te lo ricordano, non lo capisci perché "un pezzo di cuore" la pensi una metafora sentimentale e non una verità di carne.
E però se non lo sai e non lo capisci, stai zitto, per favore.
Se - non per colpa tua, certo - non sei in grado di capire che nessuna donna, mai, vuole abortire ma che qualcuna purtroppo deve farlo, allora non parlare. E non chiedere, nemmeno: se qualcuno deve scegliere di rinunciare a una parte di sé non ti deve spiegazioni.
Puoi fare leggi o cambiarle, puoi strillare e insultare, puoi dire quello che vuoi ma questo diritto dalla notte dei tempi è nostro e tu, figlio di donna, saprai sempre un po' meno di noi cosa sia la vita. E quanto di amore e morte ci sia dentro.
venerdì 27 aprile 2012
La valigetta della fine del mondo.
Non si tratta solo di tenere mezzo pacchetto di caffè di scorta, o tre sigarette nascoste in un cassetto. Si tratta della fine del mondo, della valigetta dell'apocalisse.
Io ce l'ho, la valigetta per la fine del mondo.
Non per quella fine del mondo in cui il pianeta esplode colpito da un gigantesco asteroide, per quella fine del mondo di cui raccontano libri e film, quella del virus, quella atomica, quella dell'invasione degli alieni o degli zombie. Insomma, quella in cui il mondo non finisce affatto: finisce in qualche modo la civiltà, finisce una gran parte dell'umanità ma tu ovviamente no, tu sei tra i superstiti.
E noi futuri superstiti la valigetta l'abbiamo pronta.
Nella mia ci sono: candele e lampada solare e a manovella, coltello, aghi e filo, ami da pesca, chiodi, mollette da bucato, spago, sacchi di plastica di cui tre grandi neri, filo di ferro, accendino, fiammiferi e acciarino, una bottiglietta di candeggina, sapone di marsiglia, una reticella, alcune cannucce, forchetta, cucchiaio, due spiedini d'acciaio lunghi, guanti di gomma, una pinzetta, una boccetta di mercuro cromo, due bende, diverse spille da balia, semi di pomodoro, una garza grande, una scatolina d'acciaio, una bottiglietta d'alluminio con tappo a vite, una fila di petardi rossi.
Mi pare non manchi nulla, ma c'è ancora un po' di spazio, in ogni caso. Ci vediamo là.
Non si tratta solo di tenere mezzo pacchetto di caffè di scorta, o tre sigarette nascoste in un cassetto. Si tratta della fine del mondo, della valigetta dell'apocalisse.
Io ce l'ho, la valigetta per la fine del mondo.
Non per quella fine del mondo in cui il pianeta esplode colpito da un gigantesco asteroide, per quella fine del mondo di cui raccontano libri e film, quella del virus, quella atomica, quella dell'invasione degli alieni o degli zombie. Insomma, quella in cui il mondo non finisce affatto: finisce in qualche modo la civiltà, finisce una gran parte dell'umanità ma tu ovviamente no, tu sei tra i superstiti.
E noi futuri superstiti la valigetta l'abbiamo pronta.
Nella mia ci sono: candele e lampada solare e a manovella, coltello, aghi e filo, ami da pesca, chiodi, mollette da bucato, spago, sacchi di plastica di cui tre grandi neri, filo di ferro, accendino, fiammiferi e acciarino, una bottiglietta di candeggina, sapone di marsiglia, una reticella, alcune cannucce, forchetta, cucchiaio, due spiedini d'acciaio lunghi, guanti di gomma, una pinzetta, una boccetta di mercuro cromo, due bende, diverse spille da balia, semi di pomodoro, una garza grande, una scatolina d'acciaio, una bottiglietta d'alluminio con tappo a vite, una fila di petardi rossi.
Mi pare non manchi nulla, ma c'è ancora un po' di spazio, in ogni caso. Ci vediamo là.
mercoledì 7 marzo 2012
Requiem per un impermeabile
Ci si sono estinti gli esibizionisti. Li abbiamo estinti come il pettirosso nero del madagascar, come la foca proboscidata del guatemala, li abbiamo estinti senza spenderci una lacrima, senza rivolgere loro neanche un pensiero.
Gli esibizionisti quelli dell'impermeabile, quelli che te lo facevano vedere nella stradina dietro il supermercato, quelli che se ti sedevi in un vagone vuoto si mettevano nel sedile del pippaiolo, noi lo sapevamo quale: non di fronte ma angolato, nei quattro sedili dall'altra parte del passaggio ma rivolto a te. E poi mettevano un giornale, lì. E poi lo toglievano, il giornale: per lasciarti a bocca aperta dallo sgomento, loro pensavano così.
Le nonne, le mamme ti preavvertivano sobriamente dettagliando. Ci sono degli uomini un po' schifosi, sai, che fanno vedere il loro coso alle ragazzine. Tu non aver paura, non ti devi impressionare. Sono innocui, sono dei poveretti. Sono persone tristi che devono far pena. Tu tira dritto e fai come se non avessi visto. Qualche zia più energica suggeriva di ridergli in faccia e dire che non era poi questo granchè, ma a quattordici anni non osi, ovvio.
Perché è vero che erano tanti. Arrivata a vent'anni ne avevi una vasta e variegata esperienza, tanto che quando quella volta salita sul treno un po' presto e aperto il tuo libro avevi visto arrivare quello che si era seduto proprio lì, nel suo sedile dedicato, ancora prima che muovesse un dito avevi iniziato a raccogliere cappotto e borsa, avevi chiuso il libro. E ancora prima che ti alzassi si era alzato lui, seccatissimo alzando gli occhi al cielo, e se n'era andato sibilando mentre ti passava vicino "Certo che ne hai visti, tu, di uccelli...!" Tanta esperienza di esibizionisti da frustrarli ancora prima che posizionassero il giornale, o le dita sulla patta.
Tanti da far la posta ad ogni preda disponibile, tanto da far tornare a casa la mamma - signora ormai matura - da un giro nel bosco sotto la neve esterrefatta dall'idea che ci fosse qualcuno in pieno gennaio che avesse voglia di sbottonarsi sul far del crepuscolo per una signora quasi nonna, tutto contento e fiero.
Poi si ripetono le stesse raccomandazioni, gli stessi avvisi a quelle che hanno tredici anni adesso e capita che dopo due, tre anni, non gli sia mai capitato.
Allora capisci che si sono estinti, che non tornerà più il Nani, che ancora prima di vedere il suo uccello sentivi il suo odore di vino, non ci sarà più un altro Saverio appostato tutto fremente sotto i platani del viale.
Li abbiamo estinti quando ogni ragazzina, ogni maschietto, qualunque adolescente in rete ha visto tanti membri d'ogni colore e forma, turgidi e buffi, impressionanti e goffi che il povero Gerlando, là dietro la stazione, non ha più ragione d'essere, ha perso ruolo e senso.
Così gli resta solo da pescare nel misero bacino dell'utenza del digital divide, così sul Giornale di Merate si fanno paginate intere sul fantomatico Maniaco del Cimitero, presunto turpe pervertito che mostra le pudenda alle pie donne indaffarate sulle tombe.
E magari nemmeno esiste, magari si tratta solo di qualcuno che da lontano, nell'ombra ottobrina sfumata dalla nebbia si è aggiustato i pantaloni e la Adele si è immaginata chissà cosa, e poi è stata tutta una gara a dire che anch'io e anch'io, quel porco, quel depravato, quel maiale - che non sarà mica solo la Adele che glielo fan vedere, cosa crede di essere quella, anche a me lo fanno vedere, eccome, tornando dal cimitero, sapessi.
Sono ormai scomparsi Marietto, Lino, Adolfo, annullati dall'esibizionismo virtuale che ha reso i loro cappottini spalancati, i loro occhi torbidi, le loro mani tremanti, i loro piselli dritti e tristi delle reliquie, inutili trofei in un'orgia di fighe e culi e cazzi e tette e cosce spalancate ed eiaculazioni spumeggianti.
Ma resta una domanda, che inaspettatamente infine li redime. Se chi lo tira fuori dietro la stazione è un poveretto, perché mai chi ti si mostra online è un figo?
Gli esibizionisti quelli dell'impermeabile, quelli che te lo facevano vedere nella stradina dietro il supermercato, quelli che se ti sedevi in un vagone vuoto si mettevano nel sedile del pippaiolo, noi lo sapevamo quale: non di fronte ma angolato, nei quattro sedili dall'altra parte del passaggio ma rivolto a te. E poi mettevano un giornale, lì. E poi lo toglievano, il giornale: per lasciarti a bocca aperta dallo sgomento, loro pensavano così.
Le nonne, le mamme ti preavvertivano sobriamente dettagliando. Ci sono degli uomini un po' schifosi, sai, che fanno vedere il loro coso alle ragazzine. Tu non aver paura, non ti devi impressionare. Sono innocui, sono dei poveretti. Sono persone tristi che devono far pena. Tu tira dritto e fai come se non avessi visto. Qualche zia più energica suggeriva di ridergli in faccia e dire che non era poi questo granchè, ma a quattordici anni non osi, ovvio.
Perché è vero che erano tanti. Arrivata a vent'anni ne avevi una vasta e variegata esperienza, tanto che quando quella volta salita sul treno un po' presto e aperto il tuo libro avevi visto arrivare quello che si era seduto proprio lì, nel suo sedile dedicato, ancora prima che muovesse un dito avevi iniziato a raccogliere cappotto e borsa, avevi chiuso il libro. E ancora prima che ti alzassi si era alzato lui, seccatissimo alzando gli occhi al cielo, e se n'era andato sibilando mentre ti passava vicino "Certo che ne hai visti, tu, di uccelli...!" Tanta esperienza di esibizionisti da frustrarli ancora prima che posizionassero il giornale, o le dita sulla patta.
Tanti da far la posta ad ogni preda disponibile, tanto da far tornare a casa la mamma - signora ormai matura - da un giro nel bosco sotto la neve esterrefatta dall'idea che ci fosse qualcuno in pieno gennaio che avesse voglia di sbottonarsi sul far del crepuscolo per una signora quasi nonna, tutto contento e fiero.
Poi si ripetono le stesse raccomandazioni, gli stessi avvisi a quelle che hanno tredici anni adesso e capita che dopo due, tre anni, non gli sia mai capitato.
Allora capisci che si sono estinti, che non tornerà più il Nani, che ancora prima di vedere il suo uccello sentivi il suo odore di vino, non ci sarà più un altro Saverio appostato tutto fremente sotto i platani del viale.
Li abbiamo estinti quando ogni ragazzina, ogni maschietto, qualunque adolescente in rete ha visto tanti membri d'ogni colore e forma, turgidi e buffi, impressionanti e goffi che il povero Gerlando, là dietro la stazione, non ha più ragione d'essere, ha perso ruolo e senso.
Così gli resta solo da pescare nel misero bacino dell'utenza del digital divide, così sul Giornale di Merate si fanno paginate intere sul fantomatico Maniaco del Cimitero, presunto turpe pervertito che mostra le pudenda alle pie donne indaffarate sulle tombe.
E magari nemmeno esiste, magari si tratta solo di qualcuno che da lontano, nell'ombra ottobrina sfumata dalla nebbia si è aggiustato i pantaloni e la Adele si è immaginata chissà cosa, e poi è stata tutta una gara a dire che anch'io e anch'io, quel porco, quel depravato, quel maiale - che non sarà mica solo la Adele che glielo fan vedere, cosa crede di essere quella, anche a me lo fanno vedere, eccome, tornando dal cimitero, sapessi.
Sono ormai scomparsi Marietto, Lino, Adolfo, annullati dall'esibizionismo virtuale che ha reso i loro cappottini spalancati, i loro occhi torbidi, le loro mani tremanti, i loro piselli dritti e tristi delle reliquie, inutili trofei in un'orgia di fighe e culi e cazzi e tette e cosce spalancate ed eiaculazioni spumeggianti.
Ma resta una domanda, che inaspettatamente infine li redime. Se chi lo tira fuori dietro la stazione è un poveretto, perché mai chi ti si mostra online è un figo?
sabato 18 febbraio 2012
Saponette
La cognata che ha il negozio di cose cosmetico erboristiche ha regalato ad ognuno per Natale uno scatolotto pieno raso di bustine di campioni. Tra tutti saranno mille, forse di più. Sono tanti e buoni e abbondiamo e largheggiamo nell'usarli. Non sono però coordinati, quindi al profumo di rosa c'è il bagnoschiuma ma non la crema corpo, agli agrumi c'è la crema ma non l'acqua di profumo o lo shampoo, e così via.
Perciò succede che tu che sai di The bianco, Pompelmo e Neroli fai colazione assieme a Peonia Iris Vaniglia e ti siedi sul divano accanto a Legni Fruttati Dattero e Mirra dopo aver incrociato in corridoio Liquidambar Corteccia Muschio.
E questo mi ha fatto venire in mente una cosa che ho letto anni fa, forse un'intervista, non mi ricordo a chi. Costui era stato lunghi anni prigioniero in un carcere, un gulag o qualcosa del genere e tornato in libertà ne raccontava.
Quelo che mi è rimasto impresso, tanto da ricordarlo dopo anni, è che diceva che sì, il cibo scarso e pessimo, la mancanza di una donna e di camminare all'aria, i libri e la musica, sì, certo. Ma che quello che in tutti quegli anni lui aveva sognato, quello a cui pensava immaginandosi quel momento futuro, quello che era per lui l'essere fuori di lì, la gioia della libertà normale, era una saponetta. Diceva che nei momenti di sconforto lui pensava che esiste al mondo - esiste fuori di qui, un giorno anch'io, di nuovo - una cosa come lavarsi con l'acqua calda, e una saponetta profumata, una saponetta forse rosa con un buon odore.
Siccome io penso spesso ai Maya. Non perché creda nella loro presunta profezia, ma perché mi serve per fare il gioco di quello che ritengo indispensabile, quello che tutto sommato è superfluo, quello di cui potrei fare a meno.
E mi serve per esercitarmi nel gioco - difficile questo - del non dare niente per scontato.
Perché tu dai per scontato di avere luce elettrica e acqua calda e invece non serve la fine del mondo, basta un po' di neve e non le hai più. Dai per scontato di avere genitori, di avere un amico, di avere capelli, di avere un posto asciutto per dormire, di avere tacchi alti e posti per camminarci, di telefonare a chi vuoi e avere internet come fosse casa tua, di avere tutta la musica che ami, di non aver la cellulite, di avere libri e shampoo, di poterti permettere di essere vegano, di avere opinioni e qualcuno a cui raccontarle, di avere assorbenti e brugole e occhiali, di avere il tuo amore. E poi magari non è detto, invece.
Perché tra tutti i buoni propositi quello di non dare niente per scontato è sempre il più largamente disatteso.
Perciò succede che tu che sai di The bianco, Pompelmo e Neroli fai colazione assieme a Peonia Iris Vaniglia e ti siedi sul divano accanto a Legni Fruttati Dattero e Mirra dopo aver incrociato in corridoio Liquidambar Corteccia Muschio.
E questo mi ha fatto venire in mente una cosa che ho letto anni fa, forse un'intervista, non mi ricordo a chi. Costui era stato lunghi anni prigioniero in un carcere, un gulag o qualcosa del genere e tornato in libertà ne raccontava.
Quelo che mi è rimasto impresso, tanto da ricordarlo dopo anni, è che diceva che sì, il cibo scarso e pessimo, la mancanza di una donna e di camminare all'aria, i libri e la musica, sì, certo. Ma che quello che in tutti quegli anni lui aveva sognato, quello a cui pensava immaginandosi quel momento futuro, quello che era per lui l'essere fuori di lì, la gioia della libertà normale, era una saponetta. Diceva che nei momenti di sconforto lui pensava che esiste al mondo - esiste fuori di qui, un giorno anch'io, di nuovo - una cosa come lavarsi con l'acqua calda, e una saponetta profumata, una saponetta forse rosa con un buon odore.
Siccome io penso spesso ai Maya. Non perché creda nella loro presunta profezia, ma perché mi serve per fare il gioco di quello che ritengo indispensabile, quello che tutto sommato è superfluo, quello di cui potrei fare a meno.
E mi serve per esercitarmi nel gioco - difficile questo - del non dare niente per scontato.
Perché tu dai per scontato di avere luce elettrica e acqua calda e invece non serve la fine del mondo, basta un po' di neve e non le hai più. Dai per scontato di avere genitori, di avere un amico, di avere capelli, di avere un posto asciutto per dormire, di avere tacchi alti e posti per camminarci, di telefonare a chi vuoi e avere internet come fosse casa tua, di avere tutta la musica che ami, di non aver la cellulite, di avere libri e shampoo, di poterti permettere di essere vegano, di avere opinioni e qualcuno a cui raccontarle, di avere assorbenti e brugole e occhiali, di avere il tuo amore. E poi magari non è detto, invece.
Perché tra tutti i buoni propositi quello di non dare niente per scontato è sempre il più largamente disatteso.
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